Venerdì 5 dicembre, alle 21, all’Auditorium Scavolini arriverà un’ondata di risate: Filippo Caccamo porta a Pesaro Fuori di Tela, lo spettacolo in cui un museo immaginario diventa – per questo idolo degli adolescenti – il pretesto per guardare la vita con la leggerezza dell’arte e con quella comicità lucidissima che gli permette di trasformare ogni dettaglio quotidiano in una battuta irresistibile. Insomma: una visita guidata in un museo, ma anche dentro le nostre vite.
Da dove nasce l’idea di usare l’arte per raccontare il quotidiano?
“A un certo punto sentivo di aver detto tantissimo sul mondo della scuola. Mi sono guardato intorno ed è stato naturale tornare alla mia prima passione: l’arte. È un linguaggio che conosco e che mi permette di raccontare ciò che viviamo oggi con occhi diversi. L’arte apre porte e prospettive: era il modo giusto per allargare lo sguardo”.
Quanto si è divertito a rimettere in gioco Caravaggio, Giotto e Fontana?
“Più del previsto. Sono artisti enormi e non volevo banalizzarli, ma portarli in un contesto umano. Ho preso le opere che amo e le ho fatte dialogare con scene quotidiane: maestre, insegnanti, genitori, ragazzi che ti spiazzano. È un gioco continuo tra alto e basso, tra capolavori e piccole verità della vita di tutti i giorni”.
Il titolo omaggia Fontana, l’artista dei celebri tagli che aprivano la tela per andare oltre la superficie: qual è la “tela“ da cui oggi sente il bisogno di uscire?
“Il catastrofismo. Viviamo in un clima dove tutto sembra negativo. Io invece, nella scuola, ho trovato energie buone: genitori curiosi, insegnanti appassionati, ragazzi pieni di sorprese. Il comico deve aprire un varco e mostrarlo, anche quando il panorama non sembra dei più semplici”.
In scena torna La Carla. Chi rappresenta per lei?
“E’ l’essenza della mamma italiana: quella che può urlare ai suoi alunni quanto vuole, ma guai se lo fanno gli altri. È affettuosa e terribile, generosa e caotica. Porta la torta salata al consiglio di classe e arriva urlando in corridoio. Tutti abbiamo incontrato una “Carla“ nella nostra vita scolastica o familiare”.
Qual è la sala del suo museo immaginario in cui il pubblico ride più amaramente?
“La scuola resta imbattibile, perché ci siamo passati tutti. È il luogo dove torniamo bambini senza volerlo. Ma anche le scene sulla vita quotidiana, quelle che ci prendono in pieno, hanno una forza incredibile: la risata arriva prima ancora che finisca la battuta”.
Qual è stata l’opera più sorprendente da reinventare?
“La banana di Cattelan. All’inizio sembrava solo una provocazione facile, poi mi ha aperto un mondo. È diventata un simbolo perfetto per parlare del nostro rapporto con l’arte e con ciò che non guardiamo più”.
E la mangia sul palco?
Ride. “Sa che non ci avevo pensato? Può essere un’idea…”.
Che cosa vorrebbe restasse addosso allo spettatore?
“Che vale la pena cercare la propria strada, anche quando significa uscire da ciò che sembra sicuro. Io ho lasciato il posto fisso per fare video su TikTok: anni fa sarebbe sembrata follia. E invece oggi faccio il lavoro che amo. Vorrei che chi esce dal teatro si sentisse un po’ più leggero e un po’ più coraggioso”.
Lei ha un doppio pubblico: social e teatro. Qual è quello che la emoziona di più?
“Il pubblico live. Quando si spengono le luci e senti quella concentrazione lì, quella disponibilità a lasciarsi andare, capisci perché fai questo mestiere. Ogni sera è diversa, ogni teatro ha un carattere proprio. È la parte più vera del mio lavoro”.