Filippo Caccamo, attore lodigiano forte di quasi 2 milioni di follower tra Instagram, Facebook, Youtube e Tik Tok, racconta il tragicomico mondo della scuola in un doppio appuntamento con lo spettacolo «Le Filippiche Atto Finale» al cineteatro Gavazzeni di Seriate: giovedì 6 marzo, biglietti ancora disponibili, e venerdì 7 (serata sold out).
Il comico padroneggia l’argomento, essendo stato un insegnante delle scuole medie, e costituisce da anni un rifugio di risate per professori e studenti. Quello di Caccamo è un viaggio, attraverso personaggi esilaranti estravaganti, nel quotidiano delirio scolastico che si compone di verifiche, interrogazioni, gite e consigli di classe in cui in tanti possono immedesimarsi.
Lei è fresco di partecipazione a «Lol Talent show», appena uscito su Amazon Prime Video. Una consacrazione.
«Di sicuro una delle mie esperienze professionali più belle in asso-luto. Lavorare con Elio, Lillo, il Mago Forrest e gli altri estato eccezionale ma non dico di più, per scaramanzia».
Tutto ha inizio con una laurea in Storia dell’Arte e in Beni Culturali all’Università Statale di Milano. Le è servita?
«Sì, assolutamente. Devo ammettere che, volendo fare il comico, al principio vedevo come abbastanza nebuloso quel percorso accademico; ma poi ho capito che mi ha dato la capacità di capire cosa sia bello e di valore per tutti, cercarlo e saperne parlare. Chi lavora col pubblico porta i propri contenuti ma individuare cosa sia apprezzabile in maniera universale e fondamentale».
Il sorriso è una delle declinazioni della bellezza, diffonderlo è nobile. Era anche un modo di accorciare le distanze coi ragazzi quando insegnava alle scuole medie?
«Senza dubbio. Ai tempi dell’insegnamento c’era chimi diceva che avrei perso in autorevolezza essendo giovane oltre che comico, invece mai avuti problemi in questo senso; forse anche perché la cattedra ti protegge molto. Ci sono colleghi che hanno un modo di lavorare diverso, a ognuno il proprio».
Che cosa invece la fa ridere nella vita di tutti i giorni?
«L’inaspettato. Quando la comicità da passione diventa un lavoro si rischia davvero di cadere nell’abitudine. Quando invece mi imbatto nell’imprevisto nel quotidiano aiuta e mi ha sempre fatto ridere».
Come si salva dal giorni no, quelli in cui si inceppa l’ironia?
«Ci sono giornate in cui si ha bisogno di trovare una scappatoia e la risata può esserlo. Quando non è possibile o non basta, credo che il
segreto sia provare a vedere le difficoltà sotto un altro punto di vista, tentando addirittura di cogliervi qualcosa di buono. Dal periodo pesante in cui ho ristrutturato casa, per dire, io ho tratto spunto per scrivere un pezzo per lo spettacolo».
Altrimenti si rifugia nel mondo dei burattini, vero?
«Esatto. Lo sanno in pochi ma io sono molto appassionato di burattini, marionette e di teatro di figura. All’estero tutto questo ha mercato e non viene inteso come riservato a un pubblico di bambini. Sono convinto che anche in Italia potrebbe essere così; può darsi che in futuro trovi il tempo di dedicarmi in parte a quella che ritengo una forma d’arte pura e dal valore universale».
Lei unisce tradizione e innovazione, ma si sente più a suo agio su Instagram o sul palcoscenico?
«Sul palcoscenico. Io detesto fare video, ne ho fin sopra i capelli. Il palco invece non mi stanca mai. Chi mi conosce davvero bene mi ha sempre detto: sei più tu sul palco che giù dal palco. Quindi non è questione di applauso, cosa che alla lunga diventa parte del meccanismo; l’evidenza è che io sul palco sono appagato grazie a sensazioni che davvero non sento in alcun altro ambito della mia vita».
Qual è il personaggio, tra i tanti creati e «indossati», a cui è più affezionato?
«La mia mitica Carla, professoressa scorbutica e insofferente, sempre a sognare di liberarsi di ogni impegno, ma che in realtà non vivrebbe mai senza la scuola».
Il riscontro, tra il pubblico, che le ha procurato più piacere?
«Una signora in pensione che mi disse: “E il quinto spettacolo che vedo perché sei veramente la lettura più bella della scuola; io vado a teatro solo per vedere te, una volta all’anno”. Questa cosa mi ha fatto capire di fare qualcosa di valore, anche se non tutti ridiamo delle stesse cose».
Secondo Lei qual è la criticità maggiore nella scuola di oggi?
«Il problema grosso sono i genitori. lo, da insegnante, mai mi sarei permesso anche solo di pensare che una persona non stia educando bene suo figlio. L’ingresso dei genitori nella scuola, il loro dare giudizi svilenti sui docenti, è stato una bomba atomica. I ragazzi diventano confusi: magari in classe hanno stima di un professore e poi a casa sentono dargli del cretino. La parola di un genitore e importante».